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IL CASO ITALIA

Por Teresa Principato

(Sostituto Procuratore della Repubblica presso la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo)

Convegno promosso IBGF - Instituto Brasileiro de Ciências Criminais Gionavanni Falcone

Ho ritenuto opportuno dedicare la mia relazione al tema della corruzione ed a quello del ruolo della magistratura Italiana nella lotta contro tale fenomeno criminale : una scelta determinata dal fatto che le indagini svolte ed i processi celebrati in questi ultimi anni hanno non solo dimostrato che la criminalità mafiosa e il sistema della corruzione esistono come criminalità sistemiche , cioè profondamente innervate nel tessuto sociale, ma anche come queste due realtà criminali siano tra loro intrecciate e collegate.

Non v'è dubbio, infatti, che proprio la corruzione è stata, insieme allo scambío voti mafiosi- protezione politica, una delle più importanti cerniere tra la criminalità mafiosa e settori della classe dirigente.

Infatti la diffusione sistematica della corruzione ha determinato un profondo degrado morale della classe dirigente, l'apertura alla penetrazione mafiosa nel tessuto istituzionale, a tutti i livelli, il sorgere di intrecci inestricabili di affari nel campo degli appalti per le opere pubbliche - un settore che movimenta miglia di miliardi di denaro pubblico nel mondo della finanza ( spesso i canali di riciclaggio del denaro della corruzione e della mafia sono identici ), nel settore delle truffe alla Comunità europee, nel traffico internazionale di armi, attraverso la elusione di nonne statali sul commercio di armi, nel settore dell'imprenditoria e della borghesia professionale.

Per fare un esempio di questi intrecci, voglio ricordare che una importante indagine svolta dalla Procura di Palermo negli anni 1992-1995 ha dimostrato che Cosa Nostra alla fine degli anni '80 aveva ribaltato i suoi rapporti di potere con politici e gli imprenditori in Sicilia nel settore degli appalti pubblici.

Infatti mentre prima Cosa Nostra si limitava a chiedere alle imprese una tangente sui lavori appaltati oppure dei subappalti per le imprese mafiose, alla fine degli anni '80 aveva assunto il controllo verticistico di tutto il settore degli appalti in Sicilia, decidendo di volta in volta quali imprese dovessero vincere gli appalti, e gestendo direttamente il rapporto con i politici nelle trattative per le tangenti che dovevano essere loro pagate dalle imprese.

Alcuni imprenditori che si sono ribellati a questo sistema sono stati uccisi, secondo la logica che bisogna colpirne uno per educarne cento.

Gli stessi politici si sono trovati nel t«" in una situazione di progressiva subordinazione correndo il rischio di uccisi se non rispettavano i patti.

Il rapporto tra corruzione e criminalità mafiosa è dunque centrale per la lotta a quest'ultima e ciò è dimostrato dal fatto che in tutto il mondo ormai si parla della narcocorruzione come uno degli effetti principali del narcotraffico.

Tornando, dunque, al tema centrale di questa relazione, non si può non sottolineare come la storia dell'Italia di questi ultimi anni è stata la storia della riconquista di una legalità perduta, di una legalità "confiscata' proprio, dal sistema della corruzione politica e dalla mafia.

Questa storia ha avuto come principale protagonista la magistratura.

E proprio a causa e per effetto di questa sua pregnante attività di controllo della legalità, che per una serie di motivi che analizzeremo ha esteso in questi ultimi anni i suoi confini, penetrando anche nei santuari del potere politico, economico, finanziario, sino ai centri di potere occulto, inevitabilmente la magistratura è entrata in rotta di collisione con i portatori di enormi interessi ed ha visto mutare il suo ruolo nella società civile.

Da qui l'origine della "questione giustizia" italiana, che è dunque inscindibilmente legata al ruolo sempre più pregnante che la magistratura italiana ha assunto nella lotta contro la corruzione e la ciminalità mafiosa .

Ecco perchè, in questo prezioso scambio di esperienze giudiziarie tra l'Italia ed il Brasile, mi sembra importante fare il punto o comunque proporre delle riflessioni sulla c.d. "questione giustizia" italiana, di cui sicuramente anche qui giunge l'eco, con le prevedibili confusioni , perplessità o sgomento generati dall'altalena di giudizi e valutazioni che, sull'onda dell'emotività e delle convenienze politiche, vedono la magistratura italiana un giorno sull'altare ed un giorno nella polvere.

Ed infatti, come accade ormai da più di un decennio, la "questione giustizia!' é più che mai al centro dell'attenzione della pubblica opinione e del dibattito politico italiano, con tutte le polemiche che ne sono l'inevitabile corollario.

Quel che sicuramente é fonte di grande perplessità e di giusto allarme, sia negli spettatori del dibattito che negli stessi operatori del diritto, é che oggetto di discussione m questo momento storico, come m tanti altri che lo hanno preceduto, non é solamente il problema REALE, costituito dalla crisi complessiva della funzionalità e dell'efficienza dell'apparato giudiziario, la cui soluzione rappresenta vera e sicura garanzia di tutela dei diritti dei cittadini: tutta l'attenzione e invece incentrata sull'esigenza di una drastica ridefinizione dei poteri nel rapporto magistratura-potere politico e quindi sul più o meno aperto intento di ridurre l'effettività del controllo della magistratura sulle deviazioni dell'esercizio del potere : sempre più spesso, infatti, si chiede alla magistratura di Il fare un passo indietro"

Ora, bisogna riflettere sul fatto che questa tendenza non rappresenta certo una novità, ed anzi direi che la sua riproposizione, in termini così duri ed eclatanti, era dalla magistratura data per scontata, largamente prevista, anche alla luce di quanto è avvenuto nel nostro Paese, sino a tempi relativamente recenti, con ciclica ricorrenza.

E' indispensabile dunque, per capire il presente, ripercorrere il recente passato, che ha visto il nostro Paese entrare a far parte con intensità e prepotenza dei "sistemi di governo ad alta corruzione', e verificare in che modo la magistratura ha inciso in detto sistema, fondato sino a pochi anni addietro sulla sostanziale immobilità della direzione politica del Paese, ritenuta una conseguenza della divisione del mondo in blocchi, ( il c.d. 'bipolarismo intemazionale"), della collocazione dell'Italia nell'ambito NATO, dell'esistenza, come principale forza di opposizione e quindi di impossibile alternativa, del più forte partito comunista dell'Europa occidentale.

Una situazione di blocco politico che, in presenza di una serie di altre cause concorrenti, ha prodotto quel consociativismo spartitorio (in cui speriamo di non ricadere), che è stato condizione ideale per la crescita e lo sviluppo della corruzione e che ha consentito ai vecchi partiti di governo di condizionare l'azione della magistratura attraverso vari sistemi, quali ad esempio:

- la negazione sistematica delle autorizzazioni a procedere chieste dalla magistratura contro parlamentari per gravi fatti di corruzione; - l'intervento occulto nella nomina dei capi degli uffici giudiziari in modo da escludere da quelle cariche i magi più indipendenti

- la sollecitazione a promuovere azioni disciplinari contro i magistrati che che osavano svolgere indagini nei confronti di potenti; - l'orchestrazione di violenti attacchi politici contro il C.S.M., l'organo di autogoverno della Magistratura, quando questo organo difendeva l'automia della magistratura.

Il meccanismo della corruzione,che ha sicuramente molteplici cause, ha assunto in Italia una struttura nuova tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta.

I riflessi nelle sedi istituzionali furono di diversa natura, e l'episodio più significativo è sicuramente quello che si verifica alla Camera dei Deputati il 10/7/198l, nel corso della fiducia al governo Spadolini.

In quella sede, intervengono i segretari dei tre partiti di maggioranza (Craxi, Piccoli e Longo) ed attaccabo duramente i magistrati di Milano, rei di avere arrestato il finanziere Roberto Calvi, Presidente del Banco Ambrosiano, punta emergente di un sistema criminale articolato, che coinvolgeva esponenti di partiti di governo, della massoneria deviata e della mafia. Proprio dalla mafia fu ucciso, come qualcuno ricorderà, inscenando un finto suicidio sotto il ponte dei FratiNeri di Londra.

Vengono dunque già in quel momento (siamo nel 1981) preannunciate le logiche che nei tempi successivi avrebbero tenuto il campo (e che oggi corriamo il gravissimo rischio di vedere riproposte), dando il più consistente sostegno al sistema della corruzione : a) L'attacco alla magistratura; b) la construzione in sede parlamentare di una "rete di protezione dei corrotti"; e) il rifiuto della legalità; d) la creazione di una zona franca e sottratta ad ogni regola per i poteri criminali collegati alla grande finanza.

Come è stato ormai definitivamente acclarato dalle indagini effettuate dalla magistratura italiana dal 1992 in poi, proprio in quel momento e grazie a questa strategia prendeva corpo una linea che trasferiva al binomio sedi istituzionali - partiti l'intera gestione della macchina della corruzione.

In quel periodo il rifiuto della legalità arriva a punte clamorose : si giunge persino a proporre, da parte di un Ministro della Repubblica, la legalizzazione della tangente.

In Parlamento viene intessuta una vera e propria rete di protezione per i politici addetti alla macchina della corruzione basta ricordare che il 6/5/1981, allorché la Camera fu chiamata a deliberare sulle autorizzazioni a procedere contro i segretari amministrativi della D.C. e del P.S.D.I. per i finanziaimenti ottenuti grazie ai fondi neri dell'ITALCASSE , l'autorizzazione veniva negata sul presupposto che un'attività rivolta al finanziamento del proprio partito non è certamente privata, ma politica e quindi meritevole della copertura dell'immunità parlamentare e che comunque la legge sul finanziamento dei partiti poteva essere violata, se le risorse da essa previste fossero state ritenute insufficienti o tali da creare ingiustificate esclusioni.

*Ma ancora, si passa un colpo di spugna sullo scandalo dei petroli, *si chiudono gli occhi sui casi dell'ANAS e delle FERROVIE, *viene respinta (3/3/88) la proposta di costituire una commissione di inchiesta sui fondi neri dell'IRI: tutto ciò, con una progressiva cancellazione della funzione di controllo del Parlamento.

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Di pari passo con gli attacchi alla magistratura andavano i tentativi di limitare il controllo informale rappresentato dai mezzi d'informazione, che seguirono due indirizzi: 1) attacchi ai giornalisti scomodi (è da ricordare l'attacco sferrato dall'allora Presidente del Consiglio CRAXI contro il corrispondente per l'Italia di LE MONDE);

2) costruzione di un sistema televisivo che sembrava tagliato su misura dei nuovi potenti: in particolare, misure legislative a favore del gruppo FININVEST, prima con i decreti c.d. BERLUSCONI, che legittimarono comportamenti che quel gruppo aveva assunto in palese contrasto con le indicazioni della Corte Costituzionale, siccome rilevato da alcuni Pretori ; poi con la Legge MAMMI', che ha attribuito alla FINIVEST il dominio del settore privato, in contrasto con l'esigenza di pluralismo che fu alla base della decisione della Corte Costituzionale di liberalizzare il settore.

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A fronte di un potere politico forte, strumentalizzato da interessi internazionali pesanti ( mi riferisco ad un periodo antecedente alla caduta del Muro di Berlino, del 1989), ben pochi spazi ha avuto la magistratura nella sua funzione di controllo della legalità e, del resto, la creazione di quest'area di illegalità protetta richiedeva o il silenzio o la complicità attiva del corpo cui tale controllo era affidato.

1. Per ottenere questo risultato i p~ di governo hanno fatto ricorso a diverse tecniche, quali ad esempio la collusione, particolarmente sviluppata fino alla seconda metà degli anni ottanta e che si manifestava con provvedimenti a favore della razione, soprattutto in materia di carriera e di retribuzioni ( per esempio con l'aggancio delle retribuzioni dei parlamentari a quelle dei magistrati) ;

2. guella dell'inefficienza, con un bilancio della Giustizia irrisorio, che ha privato i magistrati di strumenti indispensabili per il proprio lavoro;

3. quella del controllo di posizioni - chiave, come la Procura di Roma utilizzata come "istituzione di chiusura!' cui venivano con i più svariati pretesti trasferite indagini politicamente sgradite per bloccarne il corso ( ricordiamo i processi sulla strage di Piazza Fontana, sulla loggia P2, sui fondi neri IRI, che nascono a Milano e si dissolvono a Roma);

4. guella dell'attacco diretto all'indipendenza della magistratura, ai magistrati scomodi, allo svolgimento delle singole inchieste.

Quest'ultima è stata la tecnica più largamente seguita per tutti gli anni Ottanta, perchè la magistratura come corpo era divenuta via via meno controllabile e perchè l'estendersi dell'area della legalità rendeva insufficienti le tecniche te nel passato.

Ricordiamo alcune vicende emblematiche: la vicenda del giudice PALERMO, bloccato nelle sue indagini su armi, droga e finanziamenti illeciti da un intervento dello stesso Craxi, allora Presidente del Consiglio, a carico del cui cognato aveva fatto una perquisizione; del giudice DEL GAUDIO, accusato sempre da Craxi di persecuzione politica per avere arrestato il Presidente della Regione Liguria, Massimo Teardo, successivamente condannato con sentenza definitiva per associazione a delinquere; del giudice ALEMI, contro il quale il Ministro della Giustizia socialista esercitò l'azione disciplinare per le sue conclusioni sul caso Cirillo, esponente D.C. della Campania sequestrato dalle Brigate Rosse, per la cui liberazione venne concluso uno spregiudicato accordo tra Servizi Segreti, esponenti della D.C. e camorristi, successivamente chiarito.

E gli attacchi sistematici all'indipendenza del P.M. e al C.S.M., con proposte di riformarne struttura e modalità di elezione . Ed il referendum sulla responsablità civile dei magistrati, concepito come occasione per regolare definitivamente i conti con i giudici.

Come si vede, dunque, la magistratura è stata da sempre un obiettivo costante di certe fasce del sistema politico, la cui azione è stata rivolta a depotenziarne l'incidenza di controllo

Ci si chiede come sia possibile che per tanti anni il sistema delle corruzioni abbia invaso, fino ad occuparlo, lo Stato. La risposta in realtà è semplice:

NON HA OPERATO NESSUNO DEI SISTEMI DI CONTROLLO. Una barriera dopo l'altra è caduta :

- E' risultato del tutto inefficace il controllo burocratico interno all'apparato amm.vo;

- La connivenza o compartecipazone dei partiti di opposizione ha reso inoperante la garanzia del controllo politico; - La pratica dei cartelli di imprese ha eleminato il controllo del mercato e reso vano il sistema dei bandi di concorso e delle gare di appalto;

Quel che è particolarmente allarmante è che ancor oggi, a distanza di quattro anni dall'inizio di quella stagione, nessuna forma efficace di controllo è stata posta in essere dal Parlamento, che di fronte all'eclatante scoppio, in questi ultimi mesi, di quella che è stata definita "Tangentopoli 2", si è ancora una volta trovato impreparato a gestire questa "criminalità sistemica", e che ancora una volta si trova nella situazione di dover iniziare a programmare dei meccanismi di controllo, in ~o di prevenire ed arginare la corruzione.

In realtà proprio TANGENTOPOLI ha dimostrato ancora una volta come il controllo penale sia stato ed ancora sia , di fronte a situazioni di illegalità diffusa e di fronte all'inefficacia di tutti i sistemi di controllo preventivo, il baluardo estremo, l'ultima spiaggia.

Di fronte a quanto è avvenuto e sta ancora avvenendo, si è fatto spesso ricorso alla categoria della "supplenza giudiziaria", evidenziando con sgomento l'ampiezza dell'intervento dei magistrati che pero, come e evidente, è stata determinata solo dall'ampiezza della corruzione, per cui non di supplenza dovrebbe parlarsi, ma di tardivo recupero di una funzione istituzionale abbandonata o impedita, della rimozione degli accumuli di illegalità.

Le clamorose inchieste sulla corruzione politica in Italia hanno avuto quello che, con eccesso di semplificazione, è stato considerato un "effetto rivoluzionario", e cioè l'effetto di produrre o comunque di accelerare il necessario ricambio della classe politica e del sistema politico.

C'è da chiedersi perchè in Italia il crollo politico del precedente sistema. conseguenza forse inevitabile del crollo del Muro di Berlino e delle sue molteplici implicazioni sul piano politico, economico, sociale, sia passato anche, e forse soprattutto, attraverso l'intervento - legitimo e doveroso della magistratura penale.

La causa è sicuramente il suo elevato grado di indipendenza rispetto al potere politico e, in particolare, al potere esecutivo, nonchè la sua struttura di potere diffuso, senza direttive centralizzate, per cui anche uno solo degli ottomila magistrati sparsi sul territorio italiano può riuscire a ricostruire condizioni di legalità ed equilibri tra poteri.

Questa strutturazione come potere diffuso, sia quanto al potere di accusa sia quanto alla magistratura giudicante, ha consentito, come si è sperimentato negli anni, di svolgere, o più spesso di iniziare, proprio nelle sedi periferiche, indagini sui grandi scandali e sulle deviazioni del potere: ricordiamo lo scandalo dei petroli a Torino, Treviso e Milano; lo scandalo per le tangenti nei primi anni ottanta a Savona ed a Torino.

Ha anche consentito di contrastare con efficacia il terrorismo e di affrontare con incisività la mafia, anche nei suoi collegamenti con il potere centrale.

L'incriminazione di quelli che venivano ritenuti i principali responsabili politici della Tangentopoli italiana ha per un momento esaltato l'indipendenza della magistratura, RENDENDONE PERSINO ECCESSIVO IL RUOLO ED IL PESO POLITICO, IN TEMPORANEA ASSENZA DI UNA DIREZIONE POLTICA CREDIBIILE.

I giudici, grazie alla conduzione di queste indagini, alle quali, ripeto, non potevano certo sottrarsi, hanno cominciato ad avere un peso decisivo negli accadimenti italiani. . Tale centralità, determinata da fattori oggettivi, istituzionali e politici, ha, in quel momento storico, quasi spostato nella giurisdizione la sede per decidere questioni di rilevanza nazionale.

Tutto ciò ha determinato il rischio di un eccesso di aspettativa sociale, in una linea di delega totale alla magistratura, quasi che dall'azione dei giudici potesse derivare il risanamento sociale, ciò che invece non era chiaramente possibile;

si è verificato quindi che, in mancanza di interventi di competenza della politica, al giudiziario si siano addebitati gli effetti di destabilizzazione o anche di crisi di settori dell'economia, effetti questi non voluti, ma certo in qualche misura causati dal processo penale.

Allo stesso modo, altre funzioni dello Stato sono state rese più difficili, quali ad esempio la definizione degli appalti pubblici o la prosecuzione dei lavori di talune assemblee elettive, falcidiate dagli avvisi di garanzia.

L'impossibile, inaudito sforzo di governare giudiziariamente una criminalità sistemica, nella quasi assenza di un sistema politico cui doveva essere demandato in primo luogo tale compito, e che invece tale situazione aveva fortemente contribuito a determinare, ha certamente portato ad un conflitto sociale fortissimo, anche perchè - dobbiamo tenerne conto - c'è un'Italia borghese che non sopporta più che ogni giorno vengano messi in discussione degli "uomini perbene", i signori del capitale e delle professioni, alcuni rappresentanti autorevoli delle Istituzioni.

I sentimenti difensivi sono irresistibili spontanei Ogni volta che la borghesia mafiosa del profondo Sud vede mettere a rischio i suoi interessi,invoca la normalizzazione, cioè la convivenza con la mafia.

E poichè le complicità tra la borghesia degli affari e la criminalità organizzata interessano ormai tutta l'Italia, non c'è da meravigliarsi che questa richiesta di normalizzazione sia oramai nazionale.

Da qui la necessità di forme di contrattazione possibile, che se sono praticabili forse per la corruzione (si è parlato a lungo di condono, di amnistia), non lo sono però per le e per gli omicidi eccellenti, forme di criminalità non suscettibili di aperte contrattazioni.

La magistratura si è resa ben -conto della assoluta inadeguatezza del processo penale ad indagare e risolvere le cosiddette criminalità sistemiche : il processo è infatti volto ad accertare fatti specifici e responsabilità individuali, con tutta la casualità di un intervento che non deriva dall'esito di controlli sistematici e preventivi, (CHE NON SONO COMPITO DEL P.M.), ma dalle denunce di privati e dalle informative di polizia.

Il processo penale, lo abbiamo detto tante volte, può funzionare da innesco, ma il risanamento non può che venire dalla società civile e dal sistema politico : quindi, se il processo penale riesce ad andare in profondità nell'accertamento dei fatti e delle responsabilità dei singoli, ciò che costituisce il suo scopo principale ed il suo limite, può solo essere un punto di partenza per un'azione di risanamento.

Di fronte a questa raggiunta e diffusa consapevolezza, è legittimo attendersi dal cosiddetto nuovo corso politico una soluzione politica chiara, capace di ripristinare una moralità collettiva; così come è auspicabile che la politica si riappropri dei suoi spazi, primo fra tutti quello della politica della giustizia eliminando le cause di conflitti sociali così acuti ed in tal modo consentendo un ritorno alla fisiologia della giurisdizione.

Non v'è dubbio infatti che spetta alla politica, alla luce degli interessi generali e non degli interessi di questo o di quell'improvvisato soggetto politico, decidere quale sia il corretto punto- di equilibrio tra il diritto di difesa e la libertà personale degli indagati, da un lato, e le esigenze delle indagini contro mafia e corrzione, dall'altro.

Il problema è che ancora una volta, secondo un copione che sembra scritto dalla classe politica degli anni ottanta e che ha comunque con quello moltissimi punti in comune, sembra che il riassetto degli eguilibrio costituzionali debba passare dapprima attraverso la delegittimazione della magistratura e di poi attraverso una drastica ed aperta azione di riduzione della sua indipendenza, individuata come la causa pricipale dei conflitti, degli squilibri ed addirittura dell'empasse economico del Paese.

E la "questione giustizia", mena al primo posto dell'agenda della politica sembra essre oggi l'unica condizione per giungere ad una "conciliazione nazionale" e viene strumentalizzata per rilanciare la tanto attesa normalizzazione, la fine della stagione del ripristino della legalità, per ridare fiato a sentimenti punitivi di rivalsa e di vendetta contro i magistrati colpevoli di avere indagato su mafia, corruzione politica ed illegalità dei poteri forti.

A me pare che questo sia esattamente il senso delle proposte formulate in questi ultimi mesi:

1) il rilancio della separazione delle carriere e delle funzioni di giudice e di P.M.;

2) la proposta di invertire la proporzione tra componenti togati e componenti laici del C.S.M. nel senso di aumentare i consiglieri indicati dai partiti politici ;

3) la riforma del reato di abuso di ufficio : attualmente questo reato prevede la sanzione penale per il pubblico ufficiale che abusa dei suoi poteri sia per trarne un vantaggio economico che per conseguire un vantaggio di natura non economica. E' in corso di approvazione una riforma del detto reato nel senso di escluderne la configurabilità nel caso di abusi di poteri per vantaggi di natura non economica. In questo modo si aprirà una zona franca di non punibilità per una serie di comportamenti illeciti che, come dimostrano moltissime indagini, hanno determinato in Italia il c.d. fenomeno della lottizzazione dello Stato e delle Istituzioni.

Si tratta del fenomeno della ripartizione da parte dei politici della direzione di uffici ed enti pubblici tra persone selezionate non per i loro meriti professionali, ma esclusivamente per la loro fedeltà ai partiti e che dunque operano all'interno delle istituzioni non nell'interesse della collettività, ma come braccio esecutivo dei partiti che li hanno nominati . Faccio un esempio. Circa un anno fa si svolse una riunione tra esponenti di vari partiti di una giunta regionale . Attraverso un microfono esterno al luogo della riunione dimenticato acceso fu possibile ascoltare che gli esponenti dei partiti procedevano alla designazione dei dirigenti di vari enti pubblici sulla base di un accordo spartítorio tra loro. E' stato per questi fatti instaurato un procedimento penale che dovrà essere archiviato se la riforma del reato di abuso di ufficio sarà approvata.

A tutto questo devono aggiungersi la campagna diffamatoria condotta contro le più importanti Procure e quello che viene polemicamente definito dai politici il "partito dei giudici" ed i rinnovati attacchi istituzionali e politici al pool "Mani Pulite". I componenti storici del pool di Milano , contro i quali in questi al~ tempi sono stati sferrati violentissimi attacchi, sono stati più volte sottoposti ad ispezioni ministeriali, che si sono concluse con l'acceratmento della regolarità della loro condotta, e sono stati latresi sottoposti a loro volta ad indagini a seguito di ripetuti esposti e denunce da parte di persone sulle quali essi stessi avevano indagato.

Tutti questi elementi, complessivamente valutati, alimentano la sensazione che, anzichè all'incremento della tutela delle garanzie di difesa del cittadino, si miri invece e a ridurre quel controllo di legalità operato da una magistratura indipendente, che nessuno forse oggi in Italia può permettersi e che tutti comunque rifiutano.

Che errori ed abusi da parte di alcuni magistrati possano essere stati commessi, è possibile; che un eccessivo ricorso alla custodia cautelare, peraltro legittimato dalle leggi in vigore, possa essere avvenuto, è altrettanto possibile.

Ma gli errori si censurano, gli abusi si puniscono, e questo non costituisce valida ragione per minare l'indipendenza della magistratura, patrimonio irrinunciabile.

In questo clima così acceso, di delegittimazione quotidiana, intanto continua la stagione dei grandi e difficili processi, ormai giunti alle verifiche dibattimentali.

Perchè, al di là di tutto, i nostri Uffici Giudiziari sono radicati nella normalità istituzionale, concepiti per funzionare secondo uno standard costante, al di fuori della logica, dell'emergenza o dell'uscita da essa : per fortuna, sono poco sensibili agli alti e bassi di un'opinione pubblica instabile, incerta, facilmente orientabile, quale quella dell'Italia attaule che un giorno si interroga sulla pena di morte da irrogare agli autori delle stragi mafiose ed il giorno dopo accusa gli inquirenti di accanimento nel far rispettare le leggi.


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