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Andreotti, morre em odor de mafioso

Por Wálter Fanganiello Maierovitch

IBGF, 08 de maio de 2013. 1) Carta do presidente do IBGF publicada no jornal Folha de S.Paulo.

2) Entrevista do magistrado Giancarlo Caselli, que processou Andreotti por associação mafiosa.

;; 3) Filme "IL Divo" sobre Andreotti

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Giulio Andreotti, sete vezes primeiro ministro da Itália



Giuglio Andreotti

Ontem, a Folha, com apoio em agências, informou ter sido o recém-falecido senador vitalício Giuglio Andreotti --sete vezes primeiro-ministro-- absolvido no processo em que foi acusado por se associar à Cosa Nostra siciliana --a máfia ("Morre ex-premiê italiano Andreotti aos 94 anos", "Mundo").

A verdade processual é outra. Mostra que a Corte de Cassação (equivalente ao nosso Supremo Tribunal Federal) manteve a condenação do Tribunal de Apelação de Palermo e declarou ter existido a ligação associativa e criminosa de Andreotti com a Cosa Nostra até a primavera de 1980. E a Corte de Cassação, tendo em vista o lapso temporal, reconheceu a prescrição.
Wálter Fanganiello Maierovitch, presidente do Instituto Brasileiro Giovanni Falcone (São Paulo, SP) NOTA DA REDAÇÃO - Leia a seção Erramos. http://www1.folha.uol.com.br/fsp/opiniao/107790-painel-do-leitor.shtml ............... .........................

JORNAL LA REPUBBLICA: 07 de maio de 2013.
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L’intervista



Il procuratore che portò Andreotti in tribunale: igiudici lo hanno dichiarato colpevole fino al 1980 Caselli: rapporti provati coi boss è stato salvato dalla prescrizione



*PAOLO GRISERI (giornalista)



TORINO — Un conto è «il doveroso rispetto per la morte di un uomo, un altro è il giudizio storico e giudiziario. E su questo le carte parlano chiaro». Dice così Giancarlo Caselli, l’uomo che, da Procuratore capo di Palermo, fece processare Giulio Andreotti per associazione mafiosa determinando, di fatto, la conclusione della sua carriera politica.



Dottor Caselli, è arrivato il momento di tirare le somme. Qual è il suo giudizio su Giulio Andreotti?



«Un uomo che muore merita sempre rispetto e pietà umana».



Detto questo, chi era Andreotti? Quando lo ha incontrato la prima volta?



«Fu in Puglia. Era il 1964. Io prestavo servizio militare. Al termine di una esercitazione ci passarono in rassegna su di una jeep varie autorità tra cui Andreotti. Lo vidi così, da lontano».



L’incontro successivo?



«A parte le circostanze occasionali, al processo a Palermo».



Voi della Procura di Palermo foste accusati di aver attaccato un politico di primo piano senza prove. Tant’è che Andreotti venne assolto. Non è così? «Non è assolutamente così. E la storia di Andreotti scagionato è una pagina non bella nella vicenda politica e giornalistica italiana. Noi portammo a processo il senatore Andreotti in base a plurimi elementi di prova. In particolare le dichiarazioni un collaboratore di giustizia, Francesco Marino Mannoia, che narrò di due incontri (di uno era stato testimone oculare), avvenuti in Sicilia tra lo stesso Andreotti e Stefano Bontade. Incontri che avevano per oggetto, com’è scritto nella sentenza di appello confermata in Cassazione, “la discussione di fatti gravissimi in relazione alla delicatissima questione di Piersanti Mattarella”».



Mattarella, capo della Dc siciliana, venne ucciso dalla mafia. Che cosa c’entrava Andreotti?



«Mannoia raccontò che il senatore era andato una prima volta da Bontade per cercare di far cessare le intimidazioni mafiose contro Mattarella, politico onesto che la mafia aveva deciso di uccidere. E una seconda volta Andreotti incontrò Bontade per chiedere ragione dell’assassinio di Mattarella che si era verificato qualche tempo prima. In nessuno dei due casiAndreotti, a conoscenza di circostanze gravissime sull’assassinio di Mattarella, informò mai la magistratura e gli inquirenti».



E allora per quale motivo fu assolto?



«L’assoluzione riguarda soltanto i fatti successivi al 1980. Per i gravi fatti commessi fino a quella data Andreotti è stato riconosciuto colpevole di associazione per delinquere con la mafia. Solo che il reato venne prescritto. Tant’è che lo stesso Andreotti fece ricorso contro la sentenza di appello. In cinquant’anni di magistraturanon ho mai visto un imputato ricorrere contro la sua assoluzione».



Quella prescrizione vale anche per l’episodio del bacio a Totò Riina?



«Quell’episodio, narrato dal collaboratore Balduccio Di Maggio, non venne ritenuto sufficientemente riscontrato dai magistrati giudicanti che però non denunciarono mai Di Maggio per calunnia».



Dopo gli anni del processo lei non ebbe più occasione di incontrare Andreotti?



«Non l’ho mai più incontrato».



Né le ha mai indirizzato messaggi?



«No. A meno che non vogliamo considerare un messaggio la nota dichiarazione per cui sarebbe stato meglio se il sottoscritto e Luciano Violante non fossimo mai nati». © RIPRODUZIONE RISERVATA “ „ Mai visto un imputato fare ricorso contro un’assoluzione. Non ne uscì da innocente, per questo fece appello

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O filme sobre Andreotti




IL DIVO-

Appare quindi nel film Giancarlo Caselli, procuratore a Palermo, caricaturalmente tratteggiato più volte mentre si spruzza la lacca sui capelli bianchi prima di apparire in televisione o in udienza.


Nei colloqui con diversi pentiti, Caselli e i suoi collaboratori ascoltano la versione dei pentiti sulla costruzione del potere andreottiano, sul suo rapporto con Cosa Nostra e sugli omicidi degli anni ottanta. Iniziando col giornalista Mino Pecorelli, che sarebbe stato ucciso dalla mafia su ordine di Andreotti perché venuto in possesso del memoriale Moro, contenente rivelazioni scottanti. Passando per Roberto Calvi e Michele Sindona, banchieri che riciclavano i denari della mafia attraverso la banca vaticana (lo IOR), e che proprio per essersi appropriati di somme ingenti dalla mafia furono messi a morte. Continuando con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, spedito in Sicilia a combattere la mafia senza poteri speciali, e ucciso prima che a Palermo potesse fare alcunché: ucciso perché persona scomoda per qualcuno a Roma. Fino a Salvo Lima, sodale della corrente andreottiana, ammazzato a Palermo come avvertimento ad Andreotti, per aver utilizzato i voti della mafia senza aver dato abbastanza in cambio.


Nel corso di questi colloqui tra Caselli e i pentiti di mafia vengono rappresentati, come flashback, i colloqui tra Andreotti e i capi della mafia, tra cui Stefano Bontade e Totò Riina, con il famoso bacio, e il supposto rituale di affiliazione, il giuramento di mafia con ago e sangue.


Da parte sua, Andreotti si decide a combattere fino in fondo quest'ultima battaglia per la giustizia, mobilitando le sue risorse, «che non sono poche». Il senatore rifiuta categoricamente qualsiasi ipotesi di una sua collusione con la mafia, negandolo a se stesso e perfino al suo confessore, e opponendo ai pentiti di mafia la sua vita da "sorvegliato speciale" da parte della scorta, con movimenti costantemente controllati.

http://it.wikipedia.org/wiki/Il_Divo_(film)


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