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MÁFIA: na Universidade de Roma, o primeiro curso sobre máfia

Por IL MANIFESTO-Cinzia Gubbini

Ore 10, a lezione di mafia

Ieri (5-XI-2004) all'università Roma 3 il via al primo corso in Italia sulla criminalità organizzata

Ci sono volute addirittura due aule, in collegamento video, per permettere a tutti di seguire la prima lezione del corso integrativo (venti ore, due crediti) sulla «Storia della criminalità organizzata», tenuto dallo storico Enzo Ciconte presso la cattedra di diritto penale dell'università Roma tre.

Gli iscritti al corso sono già 500. Ma come parlare di «storia» delle mafie? «Il ruolo dello storico diverge da quello del giudice - ha detto Ciconte -se ci basassimo solo sull'attività della magistratura dovremmo dire che la mafia è un fenomeno, tutto sommato, recente».

Allo storico il compito, dunque, di consegnare una visione più generale dell'evoluzione delle mafie, i cui prodromi vanno ricercati nelle «polizie private» nate per difendere i signorotti.

Finché, spiega Ciconte, non si resero indipendenti e negarono che lo stato dovesse detenere il monopolio della forza.

Gli studenti ieri hanno potuto ascoltare le posizioni e le esperienze dello «stato maggiore» della lotta alla criminalità organizzata in Italia.

Al tavolo erano seduti il presidente della commissione parlamentare antimafia Centaro (Fi), il procuratore nazionale antimafia Vigna, il procuratore capo di Palermo Grasso, il senatore ed ex magistrato Brutti (Ds).

Ne è venuto fuori un discorso appassionante che ha ricostruito, anche attraverso aneddoti di «vita vissuta», la storia più recente della mafia. Dal maxiprocesso degli anni `80 imbastito da Falcone e Borsellino - Brutti ha raccontato di quando il boss Mutolo si lamentava che quello non era un processo normale, ma un processo «politico» proprio perché fino ad allora per i mafiosi era normale «trattare».

Alla strategia di Cosa nostra che in quegli anni aveva ordinato una «tregua» - Grasso, che all'epoca era giudice a latere del maxiprocesso, ha raccontato di come quella tregua fu rotta dall'uccisione di un ragazzo, e di come Giovanni Bontade si presentò in aula leggendo un comunicato di dissociazione degli imputati «dall'esecrabile fatto». «Fu la prima volta che, implicitamente, la mafia ammise di esistere in quanto organizzazione», ha spiegato Grasso.

Centaro ha raccontato agli studenti quali sono gli sviluppi attuali delle mafie, impegnate a investire nell' economia «sana» del paese, sempre più proiettate in una dimensione internazionale, ormai penetrate ampiamente nei territori del nord Italia. Per nulla morte, le mafie. Se ne parla però sempre di meno e riemergono le posizioni di chi pensa che con la mafia si possa convivere. «Cosa nostra oggi vuole il silenzio - ha detto il procuratore Grasso - stanno persino attenti a non chiedere troppi soldi per il pizzo, così da evitare denunce.

Non fanno più saltare le saracinesche dei negozi, ma ci mettono la colla, così non intervengono volanti, non si stendono verbali».

Certo, nel fare la «storia della mafia» manca necessariamente la fatidica «distanza critica». Le interpretazioni su come combattere la mafia, su quali siano i suoi rapporti con la politica, sulla stagione del pool di Giancarlo Caselli e del processo Andreotti faticano a restare fuori dall'aula.

Non c'è accordo sull'uso dei collaboratori di giustizia o sugli strumenti legislativi, tutt'ora improntati alla cultura del'emergenza.

Se Vigna difende la proposta di introdurre l'obbligo di denuncia per le vittime di estorsioni per attaccare il meccanismo di «domanda e offerta» su cui si regge la mafia, Centaro è contrario: «Lo stato deve infondere coraggio non pretenderlo». E se Brutti ha invocato una «conventio ad excludendum» per i politici che vengono rinviati a giudizio per fatti di mafia, il professor Trapani - la cui cattedra ospita il corso integrativo -, politicamente su posizioni di destra, in una pausa del seminario critica chi «vuole dare un'immagine della mafia come braccio armato della politica». Una «storia» che è ancora la carne viva del paese.


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